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mauro paternò?!

14 aprile 2006

Lo (S)fascista è tornato

Nel mio post precedente c'era molto scetticismo circa la fiaba di Al Cafone (il soprannome dato in Germania all'anziano ex piduista) che diventava improvvisamente conciliante e ragionevole, disposto addirittura a trovare un compromesso con gente come Prodi (che, in quanto candidato dell'Ulivo, condividerebbe la responsabilità per presunte bolliture maoiste di bambini a scopo non nutritivo, ma fertilizzante - "è tutto documentato", ipse dixit, quindi dubbi non sono ammissibili, quando è lui a documentare).
Ad ogni modo, la parentesi benevola è già terminata e il comportamento paraschizoide cui da anni ci ha abituati il sovrano di Macherio (è lì che c'è la sua villa, non è veramente ad Arcore) lo ha portato a contestare il risultato del voto.
Anche se la sua sconfitta non è stata di larga misura, il suo comportamento irragionevole non fa che esacerbare gli animi, e ciò dopo il termine di una campagna elettorale estenuante i cui ritmi sono stati dettati sempre da lui, che non ha esitato a trascinare l'agone politico ai livelli più bassi, con quotidiane, infamanti accuse a tutti i poteri e istituzioni dello Stato.
Dopo una trasformazione camaleontica in buonista - il ruolo non gli si addiceva, infatti nessuno lo ha preso sul serio, nemmeno i suoi alleati - è ritornato con una capriola lo stravagante piazzista di sempre, intento a sopravvivere con mezzucci e conigli estratti da cilindri che, purtroppo, paiono proprio senza fondo.

Stavolta ha estratto il coniglio peggiore, i presunti "brogli", l'ultima baggianata del dittatorucolo allo sbando.
Potenzialmente la baggianata non può ribaltare il risultato elettorale, e lui lo sa bene, come pure i suoi alleati, che si limitano a dire freddamente che è necessaria una verifica, senza dire, però, che "il risultato deve cambiare" - semper ipse dixit, naturalmente. Ma la castronata non si deve sottovalutare, in quanto mette a dura prova i rapporti tra le due coalizioni, già compromessi dalla campagna elettorale, e, ancora una volta crea attrito tra il premier uscente e il Quirinale.
Si tratta dell'ennesima prova dell'incapacità del nostro di accettare le regole: invece di chiudere con dignità il proprio mandato, opta ancora una volta per il chiasso da mercato, il solito teatrino istituzionale,
la solita rissa sguaiata. Le uniche regole che abbia mai accettato, del resto, sono quelle che si è fatto da sé per scampare alle proprie responsabilità penali o per favorire i propri molteplici interessi economici. Le norme elettorali, riscritte all'ultimo e da lui fortemente volute per danneggiare gli avversari dati per favoriti, non hanno funzionato, così le contesta.

Spararle così grosse causa infiniti danni, non da ultimo danneggia l'immagine che i cittadini hanno del voto e delle istituzioni che lo hanno governato e non può che aumentare la sfiducia nell'instaurazione di un serio confronto politico per porre rimedio alla fallimentare gestione della cosa pubblica del governo uscente. Ma lui se ne fotte, come al solito, e tenta di rovesciare il tavolo a partita persa.
Che i suoi alleati adesso ancora più che in passato siano suoi ostaggi - alla luce del voto che li ha indeboliti a suo vantaggio - lo si è capito, ma adesso non gli basta più.
Ora vuole tenere in ostaggio un'intera nazione con accuse infondate e pretestuose, volte solo a prendere tempo.
Anche i suoi omologhi esteri hanno accettato il risultato elettorale, il suo amico Blair si è già complimentato con Prodi e lo stesso ha fatto il cancelliere tedesco.
Al Cafone, "the Godfather" per l'Independent, procede per la sua strada, con l'intento di sfasciare tutto: la sindrome sembrerebbe quella del "muoia Sansone con tutti i Filistei".
Ma almeno che muoia e si tolga dai piedi, una volta per tutte.

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