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mauro paternò?!

22 marzo 2006

Working class hero

Diario di una piccola odissea.
Stamattina mi sveglio a pezzi alle 6.00, avrei solo voglia di dormire un po’ di più, ma, si sa, il dovere ci chiama, quindi stoicamente faccio colazione, mi lavo, mi vesto, esco di casa alle 7.05 per il solito tran tran: bus – oggi niente bici perché piove, nonostante le previsioni del tempo non lo avessero preannunciato, che bello! – stazione, treno, poi passeggiatina a piedi fino all’ufficio.
Arrivo in stazione a pelo per prendere il treno ma mi attende una brutta sorpresa: tutti i treni portano ritardi pazzeschi, dovuti ad un guasto sulla linea, in una posizione imprecisata fra dove mi trovo e dove mi dovrei trovare tra 45 minuti. Nel marasma delle segnalazioni di treni che cambiano binario e orario ogni minuto, riesco a salire su un regionale, dato per puntuale… parte venti minuti dopo rispetto al treno che prenderei di solito, ma fa nulla, in condizioni critiche va bene tutto.
Dopo due minuti che sono seduto in treno, il capotreno informa i viaggiatori che il treno partirà con un ritardo di 40 minuti. C____, dico, arriverò in ufficio fuori tempo massimo. Che fare?
All’improvviso, la risoluzione. Esco deciso dalla stazione, bestemmiando in aramaico, pendo il primo bus e dopo 10 minuti sono alla stazione dei pullman regionali. Il primo utile è alle 7.55 – due ore dopo il mio risveglio di questa mattina.
Lo prendo, è puntuale (almeno lui!) e affronto un pallosissimo viaggio in autostrada. All’uscita da quest’ultima, la solita coda allo svincolo – siamo giunti nello snodo autostradale più congestionato d’Italia e, alla faccia delle grandi opere “realizzate” dal Governo Più Lungo Della Storia Della Repubblica, un tabellone elettronico mi ricorda che mancano 771 giorni alla realizzazione del passante. Quindi ci tocca la coda. Ed è dannatamente lunga.
Giungo alla meta e, oltre alla pioggia, che non accenna a smettere, anzi, è aumentata di intensità, il terminal dei pullman è più lontano dal mio ufficio rispetto alla stazione ferroviaria. Gambe in spalla, valigia in una mano, ombrello nell’altra… corsa folle per non arrivare in ultraritardo. Il cellulare squilla, ma non ho tempo per rispondere, schivo gli umanoidi che si trascinano nei vicoli – ma perché quando hai fretta tutti sembrano muoversi come zombies? – in una corsa sempre più frenetica, entro finalmente in ufficio. Ci ho messo quasi due ore ad arrivare (generalmente sono 50 minuti) e sono stanco, sudato, incazzato: ma sono le 9.00.

Missione compiuta.

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